f62235ec0f1e3f322edbb04e851b3a24_large

Lana Del Rey in realtà è un account su Instagram in carne ed ossa

Ci siamo informati: Lana Del Rey* è una ragazza anglofona di 25 anni che sibila canzoni da grandi labbra. E piace, e negli scaffali la trovi sotto gli ossimori stile indie-pop, o indie del tutto, indie e basta, e comunque fatevi una cultura sulla parola “Indie” che poi ce la spieghiamo insieme. Comunque, Lana Del Rey piace. E suoni all’occorrenza gradevoli e melodie che resterebbero in testa ci sembravano una risposta troppo sbrigativa alla domanda “Quindi una permanente bionda post-pubescente può davvero il mondo?”. Noi crediamo di no, ma che dipende.

Presupposto fondamentale: è logico che a determinate epoche storiche corrispondano determinati “generi musicali”. Indotti da Il Mercato Cattivo o meno: è stato così sempre, è stato così di recente per l’ondata indie-indie alla quale è seguita quella new-new wave e quella emo-punk, poi superata da quella glitch e rave e grindcore fino alla no man’s land post-musicale. Che sarebbe ora, quella nella quale non c’è più niente che l’idea di qualcosa, non la cosa. Nella nostra ipotesi.

E noi Lana Del Rey la consideriamo simbolo dell’epoca post-musicale: la musica come prodotto dello spirito del tempo—non in musica—più che filone culturale o dichiaratamente commerciale espresso attraverso l’arte e lo strumento. Il successo di Born To Die,* le atmosfere eteree e anticheggianti, la cover e i videoclip* ocra nei quali la modernità è succube dalla posa artefatta e ad esposizione cromatica cangiante, sembrano più affini a Instagram che a un big muff.* La riproduzione sotto la forma di app, musica che si fa smart nelle intenzioni e nel prodotto.

È Instragram e Pinterest, ma non è un complotto: è che vince questo perché è il tempo. Ovvio poi che la pop-music, come fenomeno transmusicale, esistesse anche prima. Ma la cresta, il glitter e la catena borchiata trascendono, ora, sul dock di un iPhone. Qualcosa che inquadra ma non si indossa. L’idea, di qualcosa: la riproduzione di un filone estetico-digitale prêt-à-porter che qualcuno vorrebbe ritenere culturalmente degno, e non adeguamento temporaneo dei una forma commerciale, e forse a ragione o no. Ma insomma, il dubbio ci lacera.

Lo stesso per Adele? Ne sarebbe conferma: stesso discorso per Adele, e tutta la banda di “casi dell’anno” degli ultimi tempi, i vostri Beirut, Bon Iver: musica per chi invidia nostalgie posticce, per chi ambisce ad ipotesi artistiche, e aggiungiamo i Black Keys—questi più power hit da Nike o Mastercard, meno social di amica-Lana o forse buoni per Tumblr. Prodotti per adulti che corrono, per piccini che otto anni fa abbiamo cominciato a educare con le microstar di Disney Channel e che ora, convinti portatori di cultutre artistiche alternative al mainstream, sditano sul retina display. E cari miei, try to have fun in the meantime.

Ciao ragazzissimi, lasciateci giù un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...