Sì ma voi lo sapete chi ha detto “Monti!” per primo?

Non è il tracciato cronologico che dovrebbe inchiodare qualcuno o qualcosa alle responsabilità della caduta del governo Berlusconi,* né una rassegna di dati e date inoppugnabili. È la storia di me di quando mi sono chiesto chi avesse pronunciato per primo il nome “Monti“, da dove uscisse. Perché ritrovarlo a capo di un governo d’emergenza su proposta del presidente della Repubblica, adesso, lo si accetta come dato ormai storico e acquisito, sebbene il rincorrersi del nome dell’ex commissario, in questi mesi, sia stato un detto-e-non-detto, un ammiccamento a quando, rimandando alle domande dei giornalisti “in caso di governo tecnico? Quali personalità?”, gli intervistati – politici –  hanno sempre fatto cenno a un nome “che circola”. Ma da quando? E chi? La storia di me che cerco di soddisfare un bisogno. Prendete fiato, una sedia, qualche giorno di ferie.

È il 4 settembre 2010: un po’ a sorpresa, il ministro Tremonti – in un’intervista su un noto quotidiano romano – fra le indecenti oscenità proprie del personaggio apre all’opposizione ammonendo tutti: attenzione, l’Europa sta per farsi più “dirigista”, in termini economici. E dovremo darne conto. Il ministro intende riferirsi alla pretesa tedesca di una rivisitazione più restrittiva dei criteri di Maastricht, affinché la Grecia non diventi un’abitudine. Un nuovo Patto di Stabilità e CrescitaBerlusconi, già in luglio, ebbe a dirsi “perplesso” per un’intervista rilasciata dallo stesso ministro alla stessa testata.

Il 7 settembre Marcello Foà su Il Giornale scrive un articolo dal titolo «Monti ha fatto centro: Bruxelles deciderà per noi». Catenaccio, «Le politiche economiche e quelle per lo sviluppo non nasceranno più a Roma». Una «sensazione, sgradevolissima», spiega, nel momento in cui sembra che «la Ue abbia recepito le proposte formulate in primavera da Mario Monti, il quale, in teoria, auspicava più competizione, ma di fatto un controllo sempre più eurocentrico e dirigista». Tremonti, continua Foà, «l’ha definita “una fondamentale devoluzione di potere insieme dal basso verso l’alto e dal diviso all’unito“. Sono concetti che un liberale non può non accogliere con disagio».

Primo novembre, inevitabile, Walter Veltroni. Sulla testata romana l’ex sindaco di Roma – per mesi pupillo e punto di riferimento della linea politico-editoriale del giornale – apre, per primo, alla necessità di un governo d’emergenza. «Serve un esecutivo di responsabilità nazionale», si legge nel titolo – volendo evitarvi la lettura dell’ennesima intervista a Walter Veltroni. Mario Monti viene citato nel discorso, non accostato al senso della “richiesta” di governo d’emergenza, ma appare.

Ad associare in maniera esplicita il nome di Monti alla contingenza politica e alla parola “responsabilità” è però – giallo – Bruno Tabacci, Api, scelto nella primavera scorsa da Giuliano Pisapia fra i propri collaboratori al comune di Milano – in seguito, vorrebbe la leggenda, a un conciliabolo tenutosi durante una pausa pubblicitaria de L’Infedele di Gad Lerner. «I nostri leader moderati debbono mettere da parte le ambizioni personali, mettersi insieme e puntare su un tecnico, una figura come il presidente della Bocconi Mario Monti. Spazio alla responsabilità», taglia corto Tabacci. È il 3 novembre, quarantotto ore dalla traumatica intervista veltroniana.

Anno nuovo, 6 febbraio. Mario Monti apre un fronte polemico col governo, criticandone l’azione economica dalle colonne del Correre della Sera. «Dal governo impegni reali e non false promesse», e un invito all’opposizione ad «approfondire i termini di un’eventuale collaborazione nel superiore interesse del Paese» con la maggioranza. Mario è vivo e lotta. Arrivano i giorni della svolta.

Una settimana dopo, 13 febbraio, il fondatore del noto quotidiano romano adombra la possibilità di un’operazione “alleanza repubblicana” nel suo domenicale: un progetto ben delineato che dovrebbe prendere corpo attraverso la guida di una personalità estranea alla politica. È il “papa straniero”: «Il leader di questa alleanza non può che possedere una specifica competenza soprattutto economica», ammonisce. Sul Foglio, il giorno dopo, appaiono piuttosto convinti: «non ci vuole molta fantasia per intravvedere la silhouette di Mario Monti o quella di Mario Draghi». Follini, per la cronaca, sembra essere il primo a seguire la linea. «Monti è l’uomo giusto per la guida».

2 Marzo 2011: il lancio. Intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit, l’editore del quotidiano romano di cui sopra candida ufficialmente Mario Monti a guida di un’operazione accostabile a quella delineata dall’editorialista di punta della propria testata appena due settimane prima. È l’investitura, quella pesante, e arriva – rammentiamo – dalle pagine di un giornale tedesco. «Mario Monti leader ideale per il centrosinistra, tutto il Pd lo vuole».

Piano, comincia il gioco di rimandi e non detti, quello dei papabili, del “Si sa”, del “Ma lei chi vorrebbe come eventuale presidente in un governo tecnico?”/ “Ma, sicuramente non mi arrogo diritti e responsabilità che competono unicamente al Quirinale, ma i nomi son quelli che girano” / “Un governo Monti?” / “È tra quelli”. Con cadenza sempre più incalzante fino a diventare quotidiana. Giulio Tremonti, intanto, continua a lacerare il proprio rapporto col presidente del Consiglio, a lacerare Berlusconi stesso, in ogni modo. Fino all’esasperazione: «Ti rendi conto che non posso neppure licenziarti?». Monti, da segnalare, intanto comincia a negarsi. “Maddai”, replica a chi lo vorrebbe pronto. “Spero ce la facciano da soli”.

La storia finisce con me che tendo ad escludere la preminenza politico-ideologica di Tabacci e Follini. Lasciando sul campo – fondamentalmente – Giulio Tremonti e l’editore del giornale romano. In altri termini, il gioco di sponda del ministro dell’Economia e il nemico storico di Silvio Berlusconi.

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