Massimo Gramellini e i suoi personalissimi derby del cuore


Nel corso dei secoli Massimo Gramellini ci ha parlato di una porzione di cittadinanza italiana tendente al buono, un silenzioso partito degli onesti tramandato e celebrato sulla prima pagina della Stampa o nei ritagli televisivi dall’esegeta massimo della specie, Fabio Fazio. Si tratta di una società dei migliori, fondata sul compromesso del buon senso col tratto tipicamente italiano del “Malgrado tutto”, l’unione salvifica di una cerchia di gentili che Gramellini ha pensato di raccontare e interpretare, e al quale Gramellini, probabilmente, ambisce.

Non è dato sapere, oggi, se lo scrivere e il ragionare del giornalista piemontese mirino effettivamente a riprodurre in prosa l’eccedente bontà d’animo del quale l’autore è pervaso – il che farebbe di lui una pessima persona -, o se invece abbia scelto di farsi interprete, a comodo, di pensieri e istinti che in realtà – lui malevolo – gli sono lontani – e parleremmo di genio. Ma questa è l’epica di una società buona, fatta di famiglie da lieto fine, nella quale la gravidanza inaspettata quasi mai si risolve con l’aborto, ma con un compromesso, appunto, uno slancio tenero e tutto italiano. “Tuttosommato, lo teniamo”, “Prendi il Novello”.

È il Nord Ovest che sa come si fanno le cose con e per educazione, come si sta al mondo con sincero o ostentato rispetto, quello degli istinti morali capaci di sopraffare l’arbitrio della ragione, nel quale – come nelle meglio serie crime americane – ai buoni è demandata la depurazione della società, o al massimo la difesa dei valori da tramandare alle generazioni entranti. Ai cattivi, di facile individuazione e alla fine sempre e comunque sopperenti, il ruolo di chi ci ricorda che il male c’è. E che per noi, gregge buono, è dovere inquadrarlo, declinarne le ragioni e renderle comprensibili sotto la nostra ineffabile e puntuale interpretazione. Un derby del cuore, dove il cuore è solo nostro.

Massimo Gramellini, quest’oggi, adatta l’ideale divisione terrena tra benevolenza-e-meno prendendo spunto da un noto fatto di cronaca, il naufragio della Costa Concordia, addebitabile – stando alle ricognizioni attuali – all’imperizia del comandante Schettino. Nel “Buongiorno” odierno, MG rinnova la celebrazione dell’irrimediabile dicotomia collocando Schettino nel gruppone dei “cattivissimi pavidi”, e accostandolo – nella collezione gramelliniana – agli altri soci onorari del circolo. Giungendo, inevitabilmente, alla figura di Silvio Berlusconi. Un padre nobile degli Schettino d’Italia, quella forma di connazionale che tutti noi siamo, il noi che non ci piace, e che ricacciamo via a forza di abbracci. Con MG.

Schettino porterebbe su di sé la croce dell’Italia peggiore, quella del “Massì vai tranquillo”, quella che non s’avvede e che per vanità o sprezzo delle regole – così come per l’ex presidente del Consiglio – conduce un’umanità fatta anche di “I buoni italiani” verso il disastro: un incontrovertibile esemplare antropologico che una volta per tutte, se non fosse chiaro, rimarca le differenze fra le due squadre, lontani da quella che rischia di riportare l’Italia – e parafraso – agli sfottò pre-Montiani, a quando il Paese era barzelletta presso le cancellerie straniere – brutti tempi quelli. A quando, insomma, facevamo schifo prima dell’intervento di alcuni dei maggiori esponenti del parterre degli ottimi – rappresentato per intero dai membri dell’attuale governo. Inevitabile, infine, un’abusata e odiosa citazione di Gaber.

Adesso: sorvolando sullo stereotipo italiano sfamato, all’estero e stando a Gramellini, dal solo Silvio Berlusconi. E solo ora rinnovato – come se, tanto per dire, l’italiano prima e dopo fosse altro, o come se l’italiano fosse qualcosa in particolare, in questa implicita forma di razzismo che connota l’uomo accostandolo all’appartenenza geografica. O come se lo stereotipo italiano non vivesse da secoli – e richiamiamo per tirarcela aggratis la figura dell’italiano arrampicatore e impertinente di “Casablanca“. Sorvolando.

E restando sull’invalicabile: tra i pregi e difetti della teoria gramelliniana, l’anelasticità dei confini, che non ammette facile transito da una schiera all’altra. E così – tra i buoni – la guida al telefono diventa sintomo di relax, dell’adeguarsi al contesto, festanti – noi – per l’immutato “Massì, tuttosommato”, sempre quello, tutto italiano. Mario Draghi – brindiamo – è effettivamente dei nostri, la fredda Europa non lo ha corrotto coi suoi rituali conformisti. Che è pieno di gente, in Italia, che si macchia di sciocchezze veniali, ci spiega Gramellini. È nella nostra epica popolare, nel sangue del buono che sa chiudere e far chiudere l’occhio, quella che concede l’inchino lungo-costa fuori dalle regole.

Schettino è tutti noi, però, la parte peggiore, quella che sta dillà, dove non esistono cinture di sicurezza per crociere, e dove la disinvoltura, quella che da questa parte è mito, diventa incoscienza alla Berlusconi.

Ora domando scusa, scappo ad estinguere il Gramellini che è in noi.

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