Sanremo quest’anno ha dato finalmente volto a una nostra sensazione

Non ci è mai piaciuto giudicare il festival di Sanremo, nel timore di voler prendere sul serio una manifestazione che non ha alcun valore artistico. Al contrario, ci è sempre piaciuto avere un’idea—e farcene una—delle cose, specie se quella cosa è dominio di altre sedici milioni di persone circa. Non ci piace non sapere, è un problema nostro, e diamo un’occhiata.

E dunque di questa edizione del Festival ricorderemo la sensazione che abbiamo capito di provare da anni ma alla quale siamo riusciti a dare finalmente un volto, tacita nella pratica dell’elogio—puntuale—ai musicisti dell’Ariston. Spesso presentati all’interno di diffusi panegirici sui “professionisti invisibili” che lavorano al successo della manifestazione, i musicisti dell’Ariston vengono solitamente aggettivizzati, con enfasi, come grandissimi tecnici della musica, sui quali la regia indugia per qualche secondo durante i pubblici e universali complimenti del conduttore. Loro un po’ imbarazzati: la scelta è tra il saluto goffo o l’ostentata inconsapevolezza dell’inquadratura.

L’attesa della camera sugli strumentisti—un carrello che dà un senso di sospensione aerea e del giudizio oggettivo—ammette infatti una sottotraccia narrativa, implicita, maliziosa. “Questi sanno il fatto loro: gran belle persone, quelle”. Così l’oboista è già in casa, nell’immagine che ci viene suggerita, bravo padre, vita morigerata alla Rai Uno ossequiosa dei dettami—ora—montiani, i “Però che bravo, Celentano, quando canta”, i vicini di casa—quelli ovviamente cinici, di quelli che non sono caduti bonaria trappola dell’irresistibile e italianissimo gesubambino suonatore—sussurranti a tavola coi cognati e il caffè nelle tazzine che non sono del servizio buono—che tanto siamo di famiglia: “Oh, vedi quello? Suona a Sanremo”. “Maddài: con la Yaris?”.

O ancora l’intraprendenza del chitarrista single, bruttino o del tutto impresentabile, che si fa forte del professionismo musicale. “Sai, suono a Sanremo”, cena galante e fascino dell’arte e dell’episodica apparizione televisiva che ne fa esemplare maschio appetibile: vita sessuale tutto sommato regolare, il venerdì, insieme, ridere senza pretese alle battute di Zelig—immaginare i rapporti di coppia degli sconosciuti è sì problema nostro, ma qui si tratta, più in generale, di descrivere il racconto filmico della regia sanremese amplificato dai tributi dei morandi: quei bravi cristi sono tutti figli di mamma, quel tipo di persona che—inquadratacela—non potrebbe mai vivere da sola e squadrare su un foglio le planimetrie degli edifici pubblici prima degli attentati contro una società che non li ha accettati nel loro autismo musicale, quel tipo che quando poi muore si piange senza conoscerlo, ché si conosce comunque: “Suonava all’Ariston”, “Ma che bravo, signora”. Lascerà due figli, uno dei quali—superata la fase della contestazione intimista giovanile—si iscriverà al conservatorio.

È l’intero racconto sanremese a ossequiare una certa coerenza ideologica. Il musicista dell’Ariston è lavoratore infaticabile, capace di ridere o indignarsi al cospetto del turpe della società, perché comunque “Siamo italiani e la Padania non esiste”, entità alle quali, come svago, è concessa la cena a coppie, in casa, di quelle col litigio nella solitudine del fine serata—”Quella frase potevi proprio risparmiartela”. Sono quelli che si vedono ogni giorno per strada, quelli che ridacchiano imbarazzati in pubblico e riempiono le stanze di flatulenze, ma non ci pensiamo. Quel tipo di persona che in fin dei conti—massì—non ha nulla contro gli omosessuali.

Noi, che ce ne facciamo gioco, li avvertiamo solo in calce: si tratta di un post scritto per prorogare l’agonia di questo blog e celebrare quella del servizio pubblico. Non odiateci—sappiamo che non potreste, dice Morandi.

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