Desperately Seeking Heather

L’ultimo ricordo che ho di lei è lei in una trasmissione per bambini, in mezzo a file di bambini ammaestrati, tra giochi e lanci di cartoni animati di tendenza Warner Bros. Del programma scopro solo adesso il nome: si chiamava Arriba! Arriba! e aveva colpito prepotentemente l’immaginario di noi bambini, almeno nella mia classe: il compagno di origini milanesi, di quelli col codino, sapeva disegnare e riprodusse uno Speedy Gonzales con fumetto “A riba! A riba!”. Glielo corressi volendo rovinarlo, piuttosto che per rimediare con puntiglio grammarnazi. Era il suo compleanno, casa sua, e doveva esserci un derby di campionato, ovviamente Inter-Milan.

Di quella puntata ricordo l’annuncio—forse enfatizzato e reso mitologico dai ricordi. Lei, Heather, che lancia un’esclusivissima puntata di Wile E. Coyote and The Road Runner nella quale il pennuto—lo chiamavamo Beep Beep forse neppure sbagliando—veniva finalmente catturato: “Bambini non perdetevela, non la rivedrete mai più”. Ora, mi rendo conto che suoni poco originale, come episodio, ma il segnale del canale andò sinceramente via per un qualche minuto, impedendomi di assistere a quel passaggio epocale. Poco dopo, o probabilmente poco prima, un’intervitsa a Pierferdinando Casini, interrogato sulla sua paternità, sul rapporto con i figli. Casini mi colpì particolarmente, tanto da spingermi a disegnarlo qualche giorno dopo e—fiero—mostrarne il ritratto a mio padre. Ancora oggi la ricordo come una riproduzione estremamente fedele. Mio padre non vi riconobbe Casini.

È l’ultimo ricordo che ho di Heather Parisi. Ballerina, cantante, condutrice, attrice, show-girl, esponente di quella leva di personaggi televisivi-donna alle quali era demandata, oltre alla bella presenza, una discreta capacità artistica che permettesse loro di operare nei più diversi settori. Sin dai tempi di Apriti Sabato, Luna Park, Domenica In, Fantastico, ci si è posta davanti come figura in grado di iscriversi senza troppa fatica in un processo stereotipale ben rodato nella società italiana dell’epoca: la valutazione pregiudizievole nei confronti di una figura esogena, straniera, esteticamente altra dalla quella familiare e nostrana, possibilmente un esemplare biondo ed esuberante, da ammirare in silenzio più per esterofilia recondita che per gusto dell’arte e del bello. Non basterebbe, comunque, a spiegare il successo che le verrà poi tributato negli anni ’80, e con brani come Disco Bambina, Ti Rockerò, la celeberrima Cicale: le chiare origini italiane, provenienti sia da parte di madre che da parte di padre, ne facevano—pur Made in Los Angeles—un personaggio da portare benevoli a casa, come da educata accoglienza cattolica e senso dell’inclusione di stampo comunista: una società pronta a fare di una straniera, americana, platino e dallo slang fumettistico, una dei nostri. La prediletta dei pippobaudo, una stella di scuderia.

Ma le origini del mito, com’è norma, sono spesso molteplici. E allora a contribuire al successo di Heather, anche, il senso di smarrimento indotto, negli ’80, dal declinare naturale della figura di Raffaella Carrà come artista “a tutto tondo”, una bionda sì bionda ma tinta, esuberante ma italianissima, altra bestia certificata dal sigillo dell’ufficio-Baudo, l’imprimatur essenziale. Rispetto a Raffa, Heather Parisi si poneva infatti come alternativa “moderna”, nell’accezione che della modernità era suggerita all’epoca: l’apertura agli altri, all’estero, vissuta come futuro, inevitabile quanto inevitabile era reputata l’invasione delle show-girl straniere, declinata poi negli anni novanta dall’ammirazione per la nuova Spagna e incarnata da personaggi come Natalia Estrada: un gusto per il nuovo più affine al craxismo di una Milano che diceva—adesso—”E allora?”, e nella quale alle mamme sorgeva poi inevitabile l’insana idea di far crescere il codino ai bambini—vezzeggiato, talvolta, da fiocchi neri stile Luigi Quattordici. I novanta, poi, non le restituiranno gloria che negli scherzi fatti a parte e nelle papere dei programmi alla Ricci, un insulto per autori e utenti.

Con Heather Parisi si esaurisce, probabilmente, la parabola del bellismo da Barbie, un estetica bionda e pacchiana ma dalle caviglie sottili, e sua relativa e istintuale categorizzazione professionale: una Barbie infermiera, una ballerina californiana, soppiantate da femminilissime entità offerte al pubblico come sole portatrici di senso e non di opera, l’estetica che prende il posto all’arte e al mestiere, Valeria Marini e i diversi elefanti in cristalleria, le partecipazioni passive come nuovo spettacolo da offrire in vece della spigliatezza infallibile—seppur affannata—dei balletti in triacetato, il senso cosciente dell’onnipotenza artistica che sarebbe stato in grado—se perseguito—di valere un paio di Se non ora quando.

Lei adesso vive ad Hong Kong, città nella quale pensa di spendere il resto della propria vita e da dove gestisce—con discreta frequenza—un blog personale e bilingue, ma senza lanciare collette per coprire su Twitter gli avvenimenti locali. È qui—ed è così— che ha deciso di regalare una placida vecchiaia ai propri arti, gambe capaci di divaricarsi talmente tanto da esser reputato esercizio di fede non ancora accertato dall’ortopedia tradizionale—costretta, nelle riviste scientifiche, a rifugiarsi dietro la parola “mistero” e l’aggettivo “inspiegabile”. E a noi piace pensarla in una casa asettica della metropoli asiatica, a sorseggiare beveroni proteici tagliati col triocarbone, buona come solo le ballerine bionde italo-americane e sporty sanno essere: sulla sponda del fiume ad ignorare i cadaveri, e ad aspettare messaggi in bottiglia nei quali qualcuno dovrebbe scriverle “THX!senza un motivo specifico.

Immagine via Heather Parisi – Il Blog Ufficiale

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