Don Twitter ci avverte tutti: «Attenti, il diavolo è nello spam»

In calce ad ogni mail mi risponde «Cordialment — Envoyé de mon iPhone». Questo è il don Hervé Giraud che ho conosciuto, il prete del parigino che predica la parola del proprio dio attraverso Twitter. E che con l’hashtag da lui lanciato, #twitteromelie, viaggia verso i 2500 follower ed è riconosciuto promotore di un nuovo modo e tutto cattolico di usare il social network dell’animale col quale parlava San Francesco d’Assisi. Vescovo di Soissons, Laon e Saint-Quentin e capo della comunicazione della Conferenza dei vescovi di Francia, don Hervé—indice di influenza “Kred” pari a 741, di poco sotto al noto giornalista e blogger Christian Rocca—è punto di riferimento per l’esercizio della fede per centinaia di credenti dell’internet. E il curato che continua a mandarmi link di servizi podcast per meditazioni mariane—grazie, don. .

– Oggi il nickname di Gesù, su Twitter, sarebbe @JHS? E quanti follower avrebbe, a parte i dodici di default?
«Ma non c’è bisogno di riscrivere la storia: Egli è nato 2000 anni fa! Il Cristo ci lascia liberi di trovare il nostro modo per esprimere l’amore di Dio, proprio come Egli era libero di scegliere le parabole o gesti per comunicare il suo Padre celeste!».

– E lei lo fa con Twitter: parta dalla storia.
«#Twittomelie—non #twitteromelie, attenzione—è il mio personalissimo modo di twittare. Per comprendere il quale è necessario risalire un po’ indietro nel tempo: ero abituato a scrivere brevi omelie sulla pagina del mio diario episcopale, sul sito della diocesi. Fu durante il fine settimana dell’ultimo incontro su web e movimento ecclesiastico a Parigi–dove sono intervenuto proprio per parlare del mio diario—che uno di questi “geek” mi dice che le mie micromelie, così le chiamavo, in fin dei conti erano veri e propri “tweet”. Domenica sera, 23 gennaio, arrivo a casa e mi iscrivo come @mgrgiraud—il mio vero nome, niente pseudonimi. Dal 27 gennaio 2011 non ho più smesso un attimo di twittare omelie. Oggi ho più di 2000 follower».

– Geek. Ma che numeri ha #twittomelie?
«Twitto da 447 giorni circa, quindi ho almeno 447 twittomelie—sì, a volte ne ho scritte due in un solo giorno, ma raramente, quindi diciamo circa 460. So che in Italia e in Francia sacerdoti e laici—cattolici o non—twittano twittomelie o twittmeditazioni. Gente che non s’è mai conosciuta, ma che si scambia messaggi».

– Ma un uomo di fede come lei non dovrebbe lanciare vibranti anatemi analogici contro i social network e il successo facile?
«Il mio primo incarico come vescovo è quello di predicare la Parola di Dio e commentarla: non inseguo il successo, o il numero di follower. Non cerco nient’altro che invitare a riflettere e meditare, così mi è sembrato coerente—direi profetico—con questa missione: annunciare la Parola anche per mezzo dei social network. Come vescovo, mi sono sentito in dovere di mostrare un esempio, in ossequio al principio di esemplarità: mettere a punto sentieri per annunciare il Vangelo in questi spazi ultramoderni».

Insomma: prende l’iPhone, accede allo spazio ultramoderno. E poi? Come funziona?
«Non twitto versetti biblici. Non volevo invadere la rete di frasi più o meno adattate alle notizie del momento. Meglio una goccia di Vangelo che il diluvio biblico: rigenera e rinfresca, e poi così la mia voce non viene dall’alto, ma direttamente dal cuore della Parola di Dio».

– E questi giovani? Li intercettiamo? Twitter è in grado di avvicinarli alla fede nel Cristo?
«È utile quanto un libro, la radio, il cinema, la televisione, internet. Non c’è più proselitismo in un media che in un altro. Questa scelta di twittare la Parola è anche una scelta ecumenica. Non parlo di dogmi o di catechismo o roba da Chiesa cattolica, ma di Scritture. E in effetti, molti non-cattolici, comunque fratelli cristiani, mi seguono su Twitter. La cosa importante però è pensare le mie twittomelie in base alla gente, a come vengono recepite da tutti: questo è un buon strumento per imparare a parlare con gli sconosciuti e in una lingua più semplice e più universale esiste. Proprio come Gesù».

– Quindi se dico “proselitismo 2.0”, evangelizzazione in HTML5, lei si arrabbia parecchio però ci prendo.
«Ma io non voglio convertire nessuno, eh: semmai portare alla riflessione a partire dalla parola di Dio. Poi ognuno può avere o non avere la fede. L’importante è trovare la lunghezza d’onda degli altri, una chiave. Certo, è un formato che consente accessibilità vera, specialmente per coloro che leggono poco. Ecco: per brevità e sintesi del mezzo, definirei la micromelia “indicativa”, più che totalizzante».

– Il sermone in 140 battute?
«È la sfida più grande. Sono arrivato a farlo, “Parola di Dio” compresa: un lavoro di precisione, che richiede chiarezza e scelte definite. Questa è un’opportunità per non disperdersi e non saturare il discorso di parole. Ma anche un limite, a causa della mancanza di riflessione. Si è costretti a fermarsi su una parola, un atteggiamento, una verità, senza poterla dire in altro modo, o rivelare ciò che essa suggerisce».

Ma se il mezzo è “indicativo”, allora le parabole oggi sarebbero condensate in 140 caratteri? E i discepoli ritwitterebbero?
«No, non puoi condensarle in 140 caratteri. Troppa ricchezza! E non bisogna—soprattutto—riassumerle. Per contro, sì: si può citare un versetto particolarmente suggestivo di una parabola. Ti fa venire voglia di andare a vedere l’intero testo del Vangelo o della Bibbia. Oggi abbiamo bisogno di strumenti diversi: romanzi, testi lunghi, corti, storie eccetera. Un tweet è come una massima, non meno».

Che lei sappia, il diavolo esiste? E se sì, è anche su Twitter? Ci toccherà usare client specifici per tracciarlo e stanarlo?
«Il Maligno esiste. Eccome. E non so come si muova su Twitter, se non sotto forma di spam che cerca i tuoi soldi».

Mi perdoni, è una mia fissa ma devo chiederglielo: è a conoscenza di siti o hashtag su Twitter usati per recitare rosari “2.0”, pregare in comunità in rete?
«Gli hashtag si moltiplicano molto velocemente. Non ho tempo per cercare rosaristi in rete, ma so che in Francia ci sono parecchi siti che offrono sostegno e sollievo online, e Twitter è un ottimo propulsore».

Ma lei è nato per il tweet.
«Beh, devi sapere che io sono un vescovo “internauta” ben rodato, per posta e cose così, ma sono anche uno straordinario surfer: ormai aggiorno tranquillamente il mio diario online e l’agenda con i miei appuntamenti pubblici. E ovviamente le mie omelie».

(Foto via)

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