Ci siamo solo io e una foto di Gramellini

 

L’altro giorno stavo consultando qualche articolo di uno di questi giornali online e in chi ti imbatto? Ovviamente in Massimo Gramellini. Che come consuetudine mi veniva nuovamente presentato con la foto nella quale è colto in un moto bonario di lettura digitale, steso sul pavimento, come se qualcuno avesse rapito—infido, mannaggia—un momento della sua scanzonata e moralmente proficua lettura quotidiana delle notizie e delle opinioni. Tutto è tarato: mai abbandonare il cartaceo, una pila di quotidiani e patinati, come a dichiarare che “qui si mescola il serio e il faceto, è il turbamento dell’animo umano”, sotto un portatile visibilmente datato, che “fa quel che serve, non abbiamo bisogno degli ultimi ritrovati della tecnologia”.

La carta ricorre più in alto, anche, sulla sinistra, in un ordine da domenica mattina caotica e gioiosamente laboriosa, piena di idee, con televisore acceso e vistoso telecomando sulla destra, in basso. “Noi amiamo il mondo delle parole, ci circondiamo di storie e dell’agrodolce che sta nel vissuto di tutti noi”. Domenica informale, Lacoste con bottone aperto e quasi quasi c’inventiamo qualcosa, “c’è la storia di questo bambino del casertano che dice di essere più affezionato alla signora che consiglia ai tronisti di Maria De Filippi come scegliere i propri spasimanti che alla maestra. Ne scrivo martedì”.

L’altro giorno stavo consultando qualche articolo tratto da un giornale online, e in chi ti imbatto? Ovviamente questa foto di Massimo Gramellini. Ho passato minuti a cercare di capire se gli occhiali, sostenuti da un braccio in tensione, stessero per essere inforcati—”inforcati” è termine d’obbligo, come per i “turgidi” capezzoli della letteratura mondiale—perché c’è da approfondire alcune cose su internet, “adesso cerco”, o più semplicemente smessi nell’istante nel quale l’abbiamo sorpreso, in scontatissima posa da sigla di telefilm americano. E il sorriso è effettivamente quello: forse ad ingannare è l’assenza di un sottopancia introduttivo—cosa alla quale rimedio subito.

Per qualche motivo che forse andrebbe scientificamente analizzato—e invoco l’aiuto dell’antropologia culturale e di qualche scienza cognitiva—personaggi come Massimo Gramellini, o per esempio questa Concita De Gregorio, vengono affiancati sistematicamente dalla stessa foto, stesso scatto che ferma tempo e spazio a un ideale album di figurine di personaggi pubblici sempre uguali a loro stessi, ripetitivi nelle loro vite di tutti i giorni, un approdo sicuro, la riproduzione etica dell’immaginario collettivo: il Gramellini postulante, accessibile eppure alto, umorale e morale, dispensatore di cose a caso.

Una posa giocosa buona per tutto, birichina e cosciente come solo può la barba grave di chi sorride, a dirci che le cose serie sono altre ma mica è detto, “attenti a voi”, disimpegno ammonitore come chi, a Italia battuta in finale, ha prontamente retwittato l’ultima scossa di terremoto segnalata dall’account Twitter dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. “Ricordati che devi morire”, in pratica, ma fallo con una scontata analogia nel cuore.

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