Quelli che taggano l’internet su Twitter

L’ecosistema Twitter — ma anche di Facebook, però diciamo Twitter — è popolato da numerosi taggatori compulsivi, gente che segnala — per “cc”, o “via”, o così per il tag — qualcosa a qualcuno purché sia minimamente noto o riconoscibile: un profilo al quale offrire la propria esposizione e garantire servigi che non sono mai stati richiesti. Abbiamo quindi creato un’agile chart per catalogare questo tipo d’utenza, tracciarne il profilo psicologico e tenersene (se meritevoli) a debita distanza.

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SAPPILO – I Sappilo intendono porsi come ufficio stampa volontario per il noto di turno: a questo sono garantite le menzioni su polemiche che lo citino o coinvolgano anche solo incidentalmente. Nel qual caso l’obiettivo è farsi cagione di scontro-via-tweet, insufflando una reazione che dovrebbe portare poi, nell’intenzione dell’utente, ai ringraziamenti pubblici. «Grazie @filippoilmerlo per avermi segnalato questa presa di posizione di @BigFatLaminchia sul mio lavoro. Gli ho fatto una lavata di testa che levate! Bravo! ;)». Costretti prima o poi a rivedere la loro vita, alla lunga non gli si negherà un blog (all free) da qualche parte. Con un po’ di calma ci spiegheranno che progetti hanno in mente per l’Italia di domani ma a quel punto saremo dei pessimi battutisti da Chiambretti. Cinque stelline per voi. 

TECNICI – I tecnici non hanno capito come funziona Twitter ma ok. Sono quelli che infilano cancelletti prima d’ogni parola — fosse anche un mese dell’anno o la semplice punteggiatura — e che quindi si sentono in dovere di dire le cose alla presenza delle cose stesse, ovverosia dei profili in questione. Timidi nell’esistente, pavidi nella vita di coppia, i tecnici si segnalano per i più vari interessi — tendenzialmente mai approfonditi con cura e partecipazione accademica. Amanti della trasparenza nella pubblica amministrazione, si professano appasionati e esperti di opendata — gli esemplari più rari rischiano addirittura l’estinzione per svenimento al primo foglio excel con le cifre sui pini loricati censiti dal Parco Nazionale del Pollino e pubblicati su un sito istituzionale. Quattro stelle e siamo buoni.

SPAMMER – «Ciao @filippoilmerlo, hai letto il mio post? Mi farebbe piacere conoscere la tua opinione in merito http://bit.ly/unpost»: convinti che l’internet abbia ancora i colori arancioni e pacchiani di VirgilioMail, gli spammer fanno leva sulla vanità altrui collezionando occhiolini e RT a buon mercato. Davvero disinteressati all’opinione altrui se non quella di coloro che difiniscono generalmente influencer, sono dotati di tenacia e un sudatissimo numero di follower. Fastidiosi quanto e più delle zanzare e dei promo di RealTime, quando possono prendono parte ad eventi sui social media particolarmente irrilevanti. Postano su Instagram foto di slide con torte e numeri, taggando ove possibile il relatore che non li leggerà e comunque non se ne farà niente perché è roba sua. Tre e baciate la terra. 

DOVEROSI – Lo so, li avete riconosciuti: sono quelli che taggano @repubblicait e il @corriereit quando condividono i link di Repubblica e Corrierone, quelli che segnalano a quanto sta lo spread e certe volte lo rinfacciano a @scilipoti o a @renatobrunetta con un «Tante grazie, zii». Diversamente dai Tecnici, che eccellono per precisione nelle tag, i Doverosi abbondano quindi per menzioni mainstream, di quelle che annegano nella colonna Interazioni di Tweetdeck dello stagista che sta dietro al profilo menzionato e che regalano le stesse intense emozioni di un libro di cucina in inglese. Nella vita reale li notiamo fra mille per via delle scarpe modello Geox. Facciamo due. 

AMPIO SPETTRO – Gli utenti a spettro ampio cercano di coinvolgere i parigrado stranieri di lingua anglofona — al massimo il francese, per Owni e Rue89 — o di interrogare i redattori di zine e testate varie straniere o addirittura tentare il colpaccio coi grandi nomi — sempre mondiali. Restano in contatto, chiedono contatti e generalmente danno ad intendere di avere relazioni-Twitter internazionali anche se i follower, e le interazioni italiane, appaiono esigue — tipo quando ti inventi degli “amici dell’università” da rivedere quando serve una scusa. Socialmente irritanti, leggono magazine online in lingua e retwittano foto pubblicate da attori di serie tv americane. Quest’anno espadrillas. Giusto una stella.

Ci siamo solo io e una foto di Gramellini

 

L’altro giorno stavo consultando qualche articolo di uno di questi giornali online e in chi ti imbatto? Ovviamente in Massimo Gramellini. Che come consuetudine mi veniva nuovamente presentato con la foto nella quale è colto in un moto bonario di lettura digitale, steso sul pavimento, come se qualcuno avesse rapito—infido, mannaggia—un momento della sua scanzonata e moralmente proficua lettura quotidiana delle notizie e delle opinioni. Tutto è tarato: mai abbandonare il cartaceo, una pila di quotidiani e patinati, come a dichiarare che “qui si mescola il serio e il faceto, è il turbamento dell’animo umano”, sotto un portatile visibilmente datato, che “fa quel che serve, non abbiamo bisogno degli ultimi ritrovati della tecnologia”.

La carta ricorre più in alto, anche, sulla sinistra, in un ordine da domenica mattina caotica e gioiosamente laboriosa, piena di idee, con televisore acceso e vistoso telecomando sulla destra, in basso. “Noi amiamo il mondo delle parole, ci circondiamo di storie e dell’agrodolce che sta nel vissuto di tutti noi”. Domenica informale, Lacoste con bottone aperto e quasi quasi c’inventiamo qualcosa, “c’è la storia di questo bambino del casertano che dice di essere più affezionato alla signora che consiglia ai tronisti di Maria De Filippi come scegliere i propri spasimanti che alla maestra. Ne scrivo martedì”.

L’altro giorno stavo consultando qualche articolo tratto da un giornale online, e in chi ti imbatto? Ovviamente questa foto di Massimo Gramellini. Ho passato minuti a cercare di capire se gli occhiali, sostenuti da un braccio in tensione, stessero per essere inforcati—”inforcati” è termine d’obbligo, come per i “turgidi” capezzoli della letteratura mondiale—perché c’è da approfondire alcune cose su internet, “adesso cerco”, o più semplicemente smessi nell’istante nel quale l’abbiamo sorpreso, in scontatissima posa da sigla di telefilm americano. E il sorriso è effettivamente quello: forse ad ingannare è l’assenza di un sottopancia introduttivo—cosa alla quale rimedio subito.

Per qualche motivo che forse andrebbe scientificamente analizzato—e invoco l’aiuto dell’antropologia culturale e di qualche scienza cognitiva—personaggi come Massimo Gramellini, o per esempio questa Concita De Gregorio, vengono affiancati sistematicamente dalla stessa foto, stesso scatto che ferma tempo e spazio a un ideale album di figurine di personaggi pubblici sempre uguali a loro stessi, ripetitivi nelle loro vite di tutti i giorni, un approdo sicuro, la riproduzione etica dell’immaginario collettivo: il Gramellini postulante, accessibile eppure alto, umorale e morale, dispensatore di cose a caso.

Una posa giocosa buona per tutto, birichina e cosciente come solo può la barba grave di chi sorride, a dirci che le cose serie sono altre ma mica è detto, “attenti a voi”, disimpegno ammonitore come chi, a Italia battuta in finale, ha prontamente retwittato l’ultima scossa di terremoto segnalata dall’account Twitter dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. “Ricordati che devi morire”, in pratica, ma fallo con una scontata analogia nel cuore.

Don Twitter ci avverte tutti: «Attenti, il diavolo è nello spam»

In calce ad ogni mail mi risponde «Cordialment — Envoyé de mon iPhone». Questo è il don Hervé Giraud che ho conosciuto, il prete del parigino che predica la parola del proprio dio attraverso Twitter. E che con l’hashtag da lui lanciato, #twitteromelie, viaggia verso i 2500 follower ed è riconosciuto promotore di un nuovo modo e tutto cattolico di usare il social network dell’animale col quale parlava San Francesco d’Assisi. Vescovo di Soissons, Laon e Saint-Quentin e capo della comunicazione della Conferenza dei vescovi di Francia, don Hervé—indice di influenza “Kred” pari a 741, di poco sotto al noto giornalista e blogger Christian Rocca—è punto di riferimento per l’esercizio della fede per centinaia di credenti dell’internet. E il curato che continua a mandarmi link di servizi podcast per meditazioni mariane—grazie, don. .

– Oggi il nickname di Gesù, su Twitter, sarebbe @JHS? E quanti follower avrebbe, a parte i dodici di default?
«Ma non c’è bisogno di riscrivere la storia: Egli è nato 2000 anni fa! Il Cristo ci lascia liberi di trovare il nostro modo per esprimere l’amore di Dio, proprio come Egli era libero di scegliere le parabole o gesti per comunicare il suo Padre celeste!».

– E lei lo fa con Twitter: parta dalla storia.
«#Twittomelie—non #twitteromelie, attenzione—è il mio personalissimo modo di twittare. Per comprendere il quale è necessario risalire un po’ indietro nel tempo: ero abituato a scrivere brevi omelie sulla pagina del mio diario episcopale, sul sito della diocesi. Fu durante il fine settimana dell’ultimo incontro su web e movimento ecclesiastico a Parigi–dove sono intervenuto proprio per parlare del mio diario—che uno di questi “geek” mi dice che le mie micromelie, così le chiamavo, in fin dei conti erano veri e propri “tweet”. Domenica sera, 23 gennaio, arrivo a casa e mi iscrivo come @mgrgiraud—il mio vero nome, niente pseudonimi. Dal 27 gennaio 2011 non ho più smesso un attimo di twittare omelie. Oggi ho più di 2000 follower».

– Geek. Ma che numeri ha #twittomelie?
«Twitto da 447 giorni circa, quindi ho almeno 447 twittomelie—sì, a volte ne ho scritte due in un solo giorno, ma raramente, quindi diciamo circa 460. So che in Italia e in Francia sacerdoti e laici—cattolici o non—twittano twittomelie o twittmeditazioni. Gente che non s’è mai conosciuta, ma che si scambia messaggi».

– Ma un uomo di fede come lei non dovrebbe lanciare vibranti anatemi analogici contro i social network e il successo facile?
«Il mio primo incarico come vescovo è quello di predicare la Parola di Dio e commentarla: non inseguo il successo, o il numero di follower. Non cerco nient’altro che invitare a riflettere e meditare, così mi è sembrato coerente—direi profetico—con questa missione: annunciare la Parola anche per mezzo dei social network. Come vescovo, mi sono sentito in dovere di mostrare un esempio, in ossequio al principio di esemplarità: mettere a punto sentieri per annunciare il Vangelo in questi spazi ultramoderni».

Insomma: prende l’iPhone, accede allo spazio ultramoderno. E poi? Come funziona?
«Non twitto versetti biblici. Non volevo invadere la rete di frasi più o meno adattate alle notizie del momento. Meglio una goccia di Vangelo che il diluvio biblico: rigenera e rinfresca, e poi così la mia voce non viene dall’alto, ma direttamente dal cuore della Parola di Dio».

– E questi giovani? Li intercettiamo? Twitter è in grado di avvicinarli alla fede nel Cristo?
«È utile quanto un libro, la radio, il cinema, la televisione, internet. Non c’è più proselitismo in un media che in un altro. Questa scelta di twittare la Parola è anche una scelta ecumenica. Non parlo di dogmi o di catechismo o roba da Chiesa cattolica, ma di Scritture. E in effetti, molti non-cattolici, comunque fratelli cristiani, mi seguono su Twitter. La cosa importante però è pensare le mie twittomelie in base alla gente, a come vengono recepite da tutti: questo è un buon strumento per imparare a parlare con gli sconosciuti e in una lingua più semplice e più universale esiste. Proprio come Gesù».

– Quindi se dico “proselitismo 2.0”, evangelizzazione in HTML5, lei si arrabbia parecchio però ci prendo.
«Ma io non voglio convertire nessuno, eh: semmai portare alla riflessione a partire dalla parola di Dio. Poi ognuno può avere o non avere la fede. L’importante è trovare la lunghezza d’onda degli altri, una chiave. Certo, è un formato che consente accessibilità vera, specialmente per coloro che leggono poco. Ecco: per brevità e sintesi del mezzo, definirei la micromelia “indicativa”, più che totalizzante».

– Il sermone in 140 battute?
«È la sfida più grande. Sono arrivato a farlo, “Parola di Dio” compresa: un lavoro di precisione, che richiede chiarezza e scelte definite. Questa è un’opportunità per non disperdersi e non saturare il discorso di parole. Ma anche un limite, a causa della mancanza di riflessione. Si è costretti a fermarsi su una parola, un atteggiamento, una verità, senza poterla dire in altro modo, o rivelare ciò che essa suggerisce».

Ma se il mezzo è “indicativo”, allora le parabole oggi sarebbero condensate in 140 caratteri? E i discepoli ritwitterebbero?
«No, non puoi condensarle in 140 caratteri. Troppa ricchezza! E non bisogna—soprattutto—riassumerle. Per contro, sì: si può citare un versetto particolarmente suggestivo di una parabola. Ti fa venire voglia di andare a vedere l’intero testo del Vangelo o della Bibbia. Oggi abbiamo bisogno di strumenti diversi: romanzi, testi lunghi, corti, storie eccetera. Un tweet è come una massima, non meno».

Che lei sappia, il diavolo esiste? E se sì, è anche su Twitter? Ci toccherà usare client specifici per tracciarlo e stanarlo?
«Il Maligno esiste. Eccome. E non so come si muova su Twitter, se non sotto forma di spam che cerca i tuoi soldi».

Mi perdoni, è una mia fissa ma devo chiederglielo: è a conoscenza di siti o hashtag su Twitter usati per recitare rosari “2.0”, pregare in comunità in rete?
«Gli hashtag si moltiplicano molto velocemente. Non ho tempo per cercare rosaristi in rete, ma so che in Francia ci sono parecchi siti che offrono sostegno e sollievo online, e Twitter è un ottimo propulsore».

Ma lei è nato per il tweet.
«Beh, devi sapere che io sono un vescovo “internauta” ben rodato, per posta e cose così, ma sono anche uno straordinario surfer: ormai aggiorno tranquillamente il mio diario online e l’agenda con i miei appuntamenti pubblici. E ovviamente le mie omelie».

(Foto via)

Lana Del Rey in realtà è un account su Instagram in carne ed ossa

Ci siamo informati: Lana Del Rey* è una ragazza anglofona di 25 anni che sibila canzoni da grandi labbra. E piace, e negli scaffali la trovi sotto gli ossimori stile indie-pop, o indie del tutto, indie e basta, e comunque fatevi una cultura sulla parola “Indie” che poi ce la spieghiamo insieme. Comunque, Lana Del Rey piace. E suoni all’occorrenza gradevoli e melodie che resterebbero in testa ci sembravano una risposta troppo sbrigativa alla domanda “Quindi una permanente bionda post-pubescente può davvero il mondo?”. Noi crediamo di no, ma che dipende.

Presupposto fondamentale: è logico che a determinate epoche storiche corrispondano determinati “generi musicali”. Indotti da Il Mercato Cattivo o meno: è stato così sempre, è stato così di recente per l’ondata indie-indie alla quale è seguita quella new-new wave e quella emo-punk, poi superata da quella glitch e rave e grindcore fino alla no man’s land post-musicale. Che sarebbe ora, quella nella quale non c’è più niente che l’idea di qualcosa, non la cosa. Nella nostra ipotesi.

E noi Lana Del Rey la consideriamo simbolo dell’epoca post-musicale: la musica come prodotto dello spirito del tempo—non in musica—più che filone culturale o dichiaratamente commerciale espresso attraverso l’arte e lo strumento. Il successo di Born To Die,* le atmosfere eteree e anticheggianti, la cover e i videoclip* ocra nei quali la modernità è succube dalla posa artefatta e ad esposizione cromatica cangiante, sembrano più affini a Instagram che a un big muff.* La riproduzione sotto la forma di app, musica che si fa smart nelle intenzioni e nel prodotto.

È Instragram e Pinterest, ma non è un complotto: è che vince questo perché è il tempo. Ovvio poi che la pop-music, come fenomeno transmusicale, esistesse anche prima. Ma la cresta, il glitter e la catena borchiata trascendono, ora, sul dock di un iPhone. Qualcosa che inquadra ma non si indossa. L’idea, di qualcosa: la riproduzione di un filone estetico-digitale prêt-à-porter che qualcuno vorrebbe ritenere culturalmente degno, e non adeguamento temporaneo dei una forma commerciale, e forse a ragione o no. Ma insomma, il dubbio ci lacera.

Lo stesso per Adele? Ne sarebbe conferma: stesso discorso per Adele, e tutta la banda di “casi dell’anno” degli ultimi tempi, i vostri Beirut, Bon Iver: musica per chi invidia nostalgie posticce, per chi ambisce ad ipotesi artistiche, e aggiungiamo i Black Keys—questi più power hit da Nike o Mastercard, meno social di amica-Lana o forse buoni per Tumblr. Prodotti per adulti che corrono, per piccini che otto anni fa abbiamo cominciato a educare con le microstar di Disney Channel e che ora, convinti portatori di cultutre artistiche alternative al mainstream, sditano sul retina display. E cari miei, try to have fun in the meantime.

Vogliamo regalare una notizia alle testate online

BERLUSCONI IN RUSSIA, DOV’È LA MANO DEL CAV?
È GIALLO SULLA FOTO CON PUTIN. E IL WEB SI SCATENA.

ROMA – Parte tutto da un gioco, il rito della citazione e della condivisione su Twitter: l’informazione ai tempi del web è un istante, e scovare delle perle diventa cosa facile agli occhi dei navigati e scrupolosi blogger di casa nostra. Capita allora che sul sito del social network che cinguetta ci si imbatta in una fotografia condivisa dall’utente @ungormite, corredata da una domanda piuttosto stuzzicante: «Ragazzi, ma che fine ha fatto la mano di Berlusconi?» Nell’immagine, infatti, l’ex premier dialoga amabilmente col presidente russo in pectore Vladimir Putin, su quello che sembra essere un treno diretto verso l’esclusiva località sciistica di Krasnaya Polyana. L’anomalia, però, sta tutta nel braccio del Cavaliere: la mano non c’è, come mostra eloquentemente la foto. Scomparsa, una manica che finisce in un polsino, poi più nulla: una mano di cui si perde ogni traccia. E su Twitter è già boom: per tutta la giornata si rincorrono frasi sarcastiche sulla natura della buffa e preoccupante posa del Cav, l’hashtag #dovèlamanodisilvio scala facilmente i trending topic del giorno a colpi di “Silvio, non ti bastavano le olgettine?” e “Tanto ruba pure coi gomiti“. Il blogger, raggiunto telefonicamente, dichiara di essere in possesso di un biglietto CorsAirFly con bagaglio da 20 chilogrammi in stiva direzione Antananarivo.

O, al limite, Storify.